C’è una domanda che, in fondo, sta alla base di tutto il mio lavoro: perché i bambini “chiedono” così insistentemente di essere portati? Non è capriccio, non è “vizio”. È scritto nella nostra storia evolutiva da milioni di anni — e oggi la scienza lo spiega con sempre maggiore precisione, a partire dal lavoro pionieristico di una ricercatrice tedesca, Evelin Kirkilionis, fino agli studi più recenti che ne hanno raccolto e ampliato l’eredità.
Il punto di partenza: Evelin Kirkilionis
Negli anni ’90, Evelin Kirkilionis condusse una ricerca pionieristica sul corpo del neonato, dimostrando come i bambini nascano biologicamente predisposti a essere portati, e non semplicemente trasportati. Attraverso l’osservazione diretta — incluso il celebre confronto tra la crema spalmata sulla gamba di un neonato e l’impronta lasciata sulla maglietta scura della madre, a dimostrazione dei movimenti istintivi di “aggrappamento” — Kirkilionis mostrò che il bambino non è un peso passivo, ma un soggetto attivo nel gesto del portare: piega istintivamente anche e ginocchia, allarga le cosce, si aggrappa. Un comportamento che corrisponde esattamente alle misure medie del bacino femminile in età fertile, come se corpo del neonato e corpo del genitore fossero disegnati l’uno per l’altro.
Il suo lavoro divenne il fondamento scientifico su cui, ancora oggi, si basano molte scuole di babywearing — inclusa quella con cui mi sono formata io stessa.
Vent’anni dopo: la ricerca continua
Nel 2020, un gruppo di ricercatori guidato da Henrik Norholt ha pubblicato su Infant Behavior and Development uno studio che raccoglie esplicitamente l’eredità di Kirkilionis e la porta oltre, intitolato “Carrying human infants – An evolutionary heritage”.
Gli autori sostengono una tesi molto forte: portare il proprio bambino non è un’opzione tra le tante nella cura dell’infanzia, ma la norma biologica per l’accudimento umano. Secondo questa ricerca, l’adattamento reciproco tra il corpo del neonato — capace di aggrapparsi a un caregiver in posizione eretta — e il corpo dell’adulto potrebbe risalire fino a 4 milioni di anni fa, con la comparsa del bipedismo nei nostri antenati. Quando i primi ominidi iniziarono a camminare su due gambe, il bambino non poteva più restare semplicemente aggrappato alla schiena di un genitore quadrupede: il portare, da lì, si è progressivamente trasformato in quello che conosciamo oggi.
Lo studio descrive con dettaglio scientifico alcuni comportamenti che chi porta un bambino osserva ogni giorno senza magari saperne il significato profondo: il modo in cui il neonato solleva le gambe e incurva la parte bassa della schiena in preparazione al trasporto, o la cosiddetta risposta calmante indotta dal movimento — quel rilassamento quasi immediato che i bambini mostrano non appena vengono presi in braccio e ci si inizia a muovere. Un comportamento, questo, che troviamo anche in molte altre specie di mammiferi durante il trasporto della prole, a conferma della sua radice evolutiva profonda.
Uno sguardo comparato al resto del mondo animale
Non è un caso che questo filone di ricerca dialoghi strettamente con la biologia comparata. Già nel 1979 Lozoff e Brittenham, sul Journal of Pediatrics, avevano proposto la distinzione tra due grandi strategie che il mondo animale ha sviluppato per proteggere la prole: nascondere i piccoli in un nido o in una tana (“cache”), oppure tenerli costantemente a contatto del proprio corpo (“carry”). Questa chiave di lettura è stata ripresa e divulgata anche da Katie Nicolai nel suo contributo “Cache or Carry? Comparative biology and infant carrying” (2013). Gli esseri umani, come molti primati, appartengono decisamente alla categoria dei “carry” — una scelta evolutiva che ha richiesto adattamenti fisici precisi sia nei bambini sia negli adulti che li portano.
Cosa significa tutto questo, in pratica
Se hai un bambino che sembra “volere le braccia” in ogni momento della giornata, o che si addormenta quasi solo quando viene portato in movimento, questa scienza ti offre una chiave di lettura diversa da quella un po’ colpevolizzante che talvolta si respira ancora oggi (“lo stai abituando male”, “devi lasciarlo piangere per farlo diventare autonomo”). Il tuo bambino non sta manipolando nessuno: sta semplicemente esprimendo un bisogno scritto nel suo corpo da milioni di anni di evoluzione, un bisogno a cui il corpo di chi lo accudisce è, altrettanto biologicamente, predisposto a rispondere.
Perché parto sempre da qui, in consulenza
Quando incontro una famiglia per la prima volta, prima ancora di parlare di nodi, di tessuti o di regolazioni, mi piace condividere proprio questo: non stiamo introducendo qualcosa di innaturale nella vita del vostro bambino, stiamo semplicemente ripristinando una condizione che il suo corpo si aspetta fin dalla nascita. Fasce e marsupi non sono altro che strumenti che ci aiutano a rispondere, in modo sostenibile per il nostro corpo di adulti, a un bisogno antichissimo quanto la nostra specie.
A cura di Valentina Buonavoglia – Consulente Babywearing
Domande frequenti
Perché il mio bambino vuole stare sempre in braccio? Non è un vizio né un capriccio: è un bisogno biologico scritto nel suo corpo da milioni di anni di evoluzione.
È normale che il neonato si calmi solo quando viene portato in movimento? Sì, è la cosiddetta “risposta calmante indotta dal movimento”, un riflesso presente anche in molte altre specie di mammiferi.
Portare il bambino in braccio lo renderà troppo dipendente o “viziato”? No. Il bambino non sta manipolando nessuno: sta semplicemente esprimendo un bisogno a cui il corpo di chi lo accudisce è, altrettanto biologicamente, predisposto a rispondere.
Da dove nasce scientificamente il babywearing? Dagli studi pionieristici di Evelin Kirkilionis negli anni ’90 sul corpo del neonato e sui suoi movimenti istintivi di aggrappamento.
Perché i neonati piegano le gambe e allargano le cosce quando vengono sollevati? È un comportamento istintivo di preparazione al trasporto, che corrisponde esattamente alle misure medie del bacino femminile in età fertile.
Da quando esiste, evolutivamente, l’abitudine di portare i bambini? L’adattamento reciproco tra il corpo del neonato e quello dell’adulto potrebbe risalire fino a 4 milioni di anni fa, con la comparsa del bipedismo.
Anche gli animali portano i propri piccoli come fanno gli umani? Sì: gli esseri umani, come molti primati, appartengono alla categoria delle specie “carry”, che tengono la prole costantemente a contatto del corpo, a differenza di chi la nasconde in un nido o in una tana (“cache”).
Fonti:
- Kirkilionis E. (1992). Zoologisches Jahrbuch für Physiologie, 96, 395-415.
- Kirkilionis E. (2014). A Baby Wants to Be Carried: Everything You Need to Know about Baby Carriers and the Benefits of Babywearing. Pinter & Martin.
- Berecz B., Cyrille M., Casselbrant U., Oleksak S., Norholt H. (2020). “Carrying human infants – An evolutionary heritage.” Infant Behavior and Development, 60, 101460.
- Lozoff B., Brittenham G. (1979). “Infant Care: Cache or Carry.” The Journal of Pediatrics, 95(3), 478-483.
- Nicolai K. (2013). “Cache or Carry? Comparative biology and infant carrying” [contributo divulgativo online, bindungtraegt.de].


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