Due persone di spalle davanti a un gruppo di adulti e bambini durante un incontro all’aperto.

Di Angela Maria Nitti, psicologa e pedagogista

Due persone di spalle davanti a un gruppo di adulti e bambini durante un incontro all’aperto.

Il linguaggio inclusivo con le famiglie richiede attenzione alle parole e disponibilità a rivederle attraverso l’ascolto.

Chi lavora con le famiglie può dedicare molta attenzione alle parole dell’accoglienza e scoprire, comunque, che alcune possibilità sono rimaste poco visibili.

Possiamo scrivere che un’attività è aperta a tutte le famiglie, scegliere con cura le immagini, rileggere ogni frase. Eppure, qualcuno potrebbe chiedersi se quell’invito riguardi anche la propria storia.

È quello che potremmo chiamare il paradosso dell’inclusività: anche quando desideriamo accogliere, qualcosa del nostro modo di comunicare può far sentire una persona poco riconosciuta, incerta che ci sia spazio anche per lei.

Pensiamo, per esempio, a un percorso di accompagnamento alla nascita presentato come un’esperienza da vivere in coppia. L’intenzione può essere quella di coinvolgere anche l’altro genitore, riconoscendone il ruolo fin dalla gravidanza. Eppure, chi desidera o ha necessità di partecipare senza un partner potrebbe chiedersi: questo percorso è aperto anche a me?

Ce ne siamo accorte attraverso le domande ricevute da persone interessate al corso. Il dubbio potrebbe essere riassunto così:

«Ho letto che il percorso è rivolto alle coppie. È possibile iscriversi anche individualmente?».

Una domanda come questa ci invita a rendere esplicita una possibilità che per noi era già prevista. Da sola non ci racconta la situazione familiare della persona, né le ragioni della sua richiesta. Ci mostra, però, che nella nostra comunicazione la possibilità di partecipare individualmente aveva bisogno di essere nominata.

Una richiesta di chiarimento non significa necessariamente che qualcuno si sia sentito escluso. Può però mostrarci un’informazione poco chiara, una possibilità lasciata implicita, una presenza che non avevamo immaginato.

Per chi accompagna le famiglie nei contesti educativi, sociali e sanitari, vale la pena fermarsi proprio lì.

La famiglia che abbiamo in mente

Ognuna e ognuno di noi porta con sé un’immagine di famiglia. Si è formata attraverso la propria esperienza, le storie ascoltate, la cultura, la formazione e il lavoro quotidiano.

Quell’immagine ci aiuta a orientarci. A volte, però, anticipa ciò che le persone potrebbero raccontarci.

Possiamo dare per scontato che ci siano due genitori, che vivano insieme, che abbiano entrambi la possibilità di partecipare a un incontro. Oppure che i nonni siano disponibili, che chi accompagna una gestante sia il partner, che i legami più importanti coincidano con quelli previsti da un modulo.

Sono aspettative che possono entrare nelle domande più comuni, anche quando il tono è gentile e l’intenzione è accogliente.

Chi non si riconosce in quelle aspettative si trova davanti a una scelta: spiegare, correggere, raccontare qualcosa che forse non desiderava condividere in quel momento. Oppure lasciare perdere.

Prima ancora di parlare del proprio bisogno, può dover chiarire perché la propria storia non corrisponde a quella prevista.

Che cosa comunichiamo quando diciamo “tutte le famiglie”?

L’espressione “tutte le famiglie” comunica un’intenzione importante. Il suo significato diventa più concreto attraverso ciò che le sta intorno: le fotografie, gli esempi, le domande del modulo, le modalità di partecipazione.

Se ogni immagine mostra la stessa composizione familiare, chi vive una situazione diversa può chiedersi se sia davvero contemplata. Se un’iscrizione richiede necessariamente i dati di due adulti, una dichiarazione di apertura incontra un ostacolo molto pratico.

Anche elencare tante forme familiari richiede attenzione. Un elenco può rendere visibili esperienze spesso trascurate; può anche lasciare fuori qualcuno o suggerire che, per partecipare, sia necessario riconoscersi in una categoria.

Possiamo allora chiederci: quali informazioni servono davvero? Quali possibilità devono essere esplicite? Che spazio lasciamo alle persone per descriversi con parole proprie?

L’accoglienza prende forma anche nelle scelte organizzative, negli strumenti che usiamo e nelle possibilità che rendiamo concretamente accessibili.

Spesso una domanda ci invita a rivedere qualcosa

Di fronte a una richiesta di chiarimento, può venirci spontaneo spiegare subito che avevamo già pensato a quella possibilità: certo che puoi partecipare, certo che sei benvenuta, certo che l’attività è aperta.

Dare una risposta chiara è necessario. Possiamo però cogliere anche un’altra occasione: capire che cosa aveva reso quella possibilità poco evidente.

La domanda potrebbe riguardare soltanto l’organizzazione. Potrebbe nascere da esperienze precedenti o dal desiderio di sapere come si svolgerà l’incontro. Non conosciamo la risposta finché la persona non sceglie di raccontarcela.

Per questo è utile rispondere a ciò che viene chiesto, senza attribuire automaticamente una storia, una condizione familiare o un vissuto.

Possiamo chiarire le modalità di accesso e lasciare spazio a eventuali altre domande. Poi tornare alla nostra comunicazione e modificarla, se ci accorgiamo che manca un’informazione importante.

In questo modo, l’ascolto produce un cambiamento che potrà aiutare anche chi verrà dopo.

Il linguaggio inclusivo nel lavoro con le famiglie

Nella riflessione “La prima parola”, Angela Angelastro richiama l’attenzione su come le domande contribuiscano a definire lo spazio in cui una famiglia può raccontarsi.

Chiedere «Chi si prende cura della bambina?» permette di conoscere una rete che potremmo non aver previsto. Domandare «Chi desideri coinvolgere?» lascia alla persona la possibilità di indicare presenze significative e confini.

Una domanda aperta può essere un buon punto di partenza. Quando servono informazioni specifiche, possiamo spiegare perché le chiediamo e raccoglierle con precisione, senza sollecitare racconti che non sono necessari in quel contesto.

Questo vale durante un colloquio, in un corso preparto, al nido e nei servizi. Vale anche nelle cartelle e nei passaggi di consegne: le parole con cui descriviamo una famiglia arrivano ad altre professioniste e altri professionisti, orientando incontri futuri.

L’attenzione al linguaggio riguarda quindi sia chi abbiamo davanti sia chi incontrerà quella famiglia dopo di noi.

Restare nell’ascolto, anche quando dobbiamo correggerci

Potremo usare una parola che la persona non riconosce, attribuire un ruolo sbagliato, dare per disponibile un aiuto che non c’è.

Accorgercene può metterci a disagio. Soprattutto quando l’accoglienza è una parte importante del nostro lavoro e dei valori in cui crediamo.

Possiamo riconoscere l’equivoco, correggere la domanda e proseguire, senza chiedere alla persona di rassicurarci sulle nostre intenzioni. A volte basta dire: «Grazie per avermelo chiarito», e tenere conto da quel momento dell’informazione ricevuta.

Restare nell’ascolto significa anche accettare che il nostro modo di accogliere abbia bisogno di aggiustamenti. Le parole possono cambiare; possono cambiare un modulo, un’attività, una modalità di partecipazione.

L’inclusività è un impegno che si rinnova negli incontri. Richiede attenzione a ciò che le persone ci restituiscono e disponibilità a intervenire quando emerge un ostacolo.

Ogni storia può mostrarci qualcosa che prima non vedevamo. Possiamo fare spazio a questa scoperta e lasciare che modifichi il nostro modo di lavorare.

“Famiglie. Le parole per dirle”: uno spazio di formazione e confronto

Quali idee di famiglia portiamo nel nostro lavoro? Come possiamo riconoscere i presupposti contenuti nelle domande? Come descrivere le relazioni rispettando ciò che le persone ci raccontano?

Sono alcune delle domande al centro di “Famiglie. Le parole per dirle”, il percorso di formazione online promosso da Mamme Contatto APS nell’ambito del progetto Genitorialità Inclusiva.

La formazione è rivolta a chi lavora con le famiglie nei contesti educativi, sociali e sanitari e a chi si sta formando in questi ambiti. Offre uno spazio per confrontarsi su situazioni concrete, parole e strumenti del lavoro quotidiano.

Il percorso prevede quattro incontri online, il giovedì dalle 19.00 alle 22.00:

  • 29 ottobre 2026 – Chi c’è in una famiglia?
  • 12 novembre 2026 – Riconoscere chi è genitore
  • 26 novembre 2026 – Le parole delle origini
  • 10 dicembre 2026 – Descrivere ciò che osserviamo

Gli incontri sono gratuiti e autoconclusivi: è possibile partecipare anche a uno solo, previa iscrizione.

Scopri il progetto Genitorialità Inclusiva e accedi alle informazioni sulla formazione.

Il progetto è realizzato da Mamme Contatto APS con il cofinanziamento del Garante regionale dei Diritti del Minore della Puglia, nell’ambito dell’Avviso pubblico GAMI 2026.

Questo articolo sviluppa alcuni spunti di “La prima parola”, il testo di Angela Angelastro dedicato al linguaggio con cui accogliamo e raccontiamo le famiglie.

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